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Storia di un dottore
musicante
(Carrellata autobiografica
e autoironica dell'autore "ridotta" da
Stefano Russo)
Concerti, sconcerti e
traslochi
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"Sognare è possibile ma
ritrovare il filo d'un bel sogno interrotto è veramente impossibile".
"Il mio più grande, inesorabile
compagno è il pensiero:
amico o nemico che decida di essere".
Armando Romeo
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Canzoni
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©
esclusiva proprietà dell'autore
ed è coperto da Copyright Internazionale.Sono nato a Napoli il
18 Febbraio di alcuni anni
fa... (del 1924 n.d.r.).
Se consideriamo che la vita sulla terra esiste da tre miliardi di anni, conta poco che io
ne abbia cinque o cinquanta; quel che so
di certo è che la mia nascita non è stata casuale, perché, a giudicare dal fatto
di essere venuto al mondo a quattro anni di distanza da mio fratello (lo stesso giorno, il
18 febbraio), sembra che i miei genitori l' abbiano sapientemente programmata, probabilmente per un voto o per
una scommessa.
Essendo nato a cavallo tra l'Acquario e i Pesci, il mio oroscopo suggeriva
sei possibilità: "astronomo, palombaro, idraulico, musicante,
viaggiatore o
bevitore"; ho scelto le ultime tre insieme....
A quei tempi la commedia umana si divideva in otto
episodi: "1) nascita, 2) studi, 3) servizio militare, 4) incidente pelvico
(piccolo male venereo o altro...), 5) matrimonio, 6) figli, 7) separazione, 8)
morte";
per arrivare all'ultimo me ne mancano ancora tre - molto
improbabili e remoti - quindi, anche l'ultimo dovrà attendere...
Mi sono laureato in
Giurisprudenza a Napoli (nel 1945 n.d.r.) e sono andato a discutere la tesi di laurea
in Medicina Legale con la chitarra! Lo strumento mi sarebbe servito subito dopo
la laurea e, così, lo lasciai in custodia a una portiera, nei pressi dell'
università, in Via Mezzocannone; non erano ancora i tempi in cui gli studenti
universitari potevano presentarsi in aula - tra un bivacco fumoso e un altro - a
dettar legge, con gli stivali sui banchi e la chitarra a tracolla.
Gli anni trascorsi dalla laurea ad oggi li potrei
riassumere in tre parole: "concerti, sconcerti e traslochi".
Delle tre, il trasloco è stato l'elemento
base, il vero "leit-motiv" della mia vita e, se è vero il detto che "tre
traslochi equivalgono ad un incendio", la mia vita è stata tutta un incendio!
A Sorrento
Dopo la seduta di laurea, recuperai la chitarra e
raggiunsi Sorrento dove mi attendeva una
scrittura all'Hotel Vittoria con
un'orchestra che si esibiva per gli americani. Io cantavo e suonavo la chitarra
ma, siccome in albergo mancava il microfono, dovevo arrangiarmi con un megafono
casereccio, un "porta voce" di cartone del tipo di quelli immortalati nelle
fotografie delle prime incisioni discografiche.
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A
Sorrento sarei tornato ancora - dopo molti anni e per più stagioni - con
l'amico fraterno di allora Renzo Arbore.
Abitavamo da Nino Gargiulo in Via Degli Aranci e mi ricordo che, in un
pomeriggio d'Agosto, Renzo si precipitò terrorizzato giù per le scale di
casa, fino in strada, gridando: "Il terremoto! Il terremoto!". Anch'io - che
in quel momento mi trovavo sul marciapiede - avevo avvertito qualcosa di
strano ma, nel vedere Renzo correre, ebbi la conferma di un'emergenza
cosmica perché non glielo avevo mai visto fare prima! Il portinaio dello
stabile non dette peso alla cosa anzi, a quelle grida, esclamò: "Ma qua'
terremoto e terremoto, sò 'e guagliune do piano 'e coppa!". |
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Durante l'estate tornammo di nuovo in casa di Nino
con un gruppo di amici piuttosto vivaci e, durante una notte di baldoria,
addirittura volarono alcune bottiglie vuote fuori dalla finestra; il portiere che prima aveva
dubitato della scossa di terremoto, questa volta credette davvero all' evento
sismico!
La mattina si andava in spiaggia o in barca.
Quando uscivamo con la barca, al largo avevo l'abitudine di tuffarmi senza il
costume e, un giorno, Renzo e gli altri mi lasciarono nudo in mezzo al mare...
A Roma
In Autunno rientrammo a Roma e, per un certo
periodo, Renzo venne ad abitare a casa mia, in Viale Parioli, dove talvolta
ci
faceva visita anche Gianni Boncompagni. In quel periodo circolavano due film con
Ugo Tognazzi: "Olimpiadi Dei Mariti"
(1960 n.d.r.) e "La
Voglia Matta" (1962 n.d.r.)
per i quali avevo scritto due canzoni (rispettivamente "Olimpiadi dei Mariti"
e "Un
Filo").
Mi ricordo che andammo a una festa delle sorelle Bettoia durante la quale Ugo
Tognazzi si occupò, come sempre, del risotto e dei giochi di società.
A Napoli nel dopoguerra
Il Giardino
Degli Aranci
Ritornando alla Napoli della guerra e
degli americani, mi viene in mente l'incantevole club "Giardino
Degli Aranci" dove Armando Trovajoli
si esibiva con un piccolo complesso mentre io suonavo con una grande
formazione...
Nel palco della nostra orchestra, disposto ad anfiteatro, i
trombonisti erano gli orchestrali più in
vista sia per la particolarità del loro strumento, sia perché ne occupavano la
parte superiore.
Poiché gli arrangiamenti prevedevano per essi lunghe pause, il gestore del club (che di musica s'intendeva pochissimo) nel notare
i trombonisti in ozio se la prendeva col direttore dell'orchestra e protestava:" Ma
insomma, che cosa fanno i professori di trombone? Io li pago per suonare non
per stare seduti con lo strumento in braccio! Devono suonare di più, se no li
licenzio!".
Il caporchestra rispondeva infuriato: "Ma che colpa hanno quei poveretti se
ci sono delle pause negli arrangiamenti?". Poi si calmava e, rivolgendosi ai trombonisti, diceva:" Faciteme 'o piacere, quanno ce stanno 'e pause, nascunnite
'e cape arreto 'i leggii, si no, me facite appiccicà ogne vota cu' chillo
scurnacchiato!".
In prima fila, al livello della pista da ballo, c' erano i
sassofonisti ai quali, data la posizione accessibile, si
rivolgevano continuamente i soldati americani per fare richieste; quando gli
orchestrali non capivano il titolo del pezzo, invitavano il cliente a
canticchiarne la melodia dicendo (in un inglese maccheronico misto al napoletano): "Sing melodì!"
(al posto di: "Sing the melody!", "Hum the melody!"
cioè: "Canti la melodia!"). Una sera ci fu un battibecco tra un cliente americano e
un sassofonista perché l'americano chiedeva: "Where is the bathroom?" ("Dov'è il
bagno?") e il musicista continuava a rispondergli: "Sing melodì!"...
Gli Americani
Dopo il Giardino Degli Aranci cominciai a cantare
in duo vocale con Toni Pierro, girando con
gli spettacoli organizzati dagli americani. Quando mi esibivo, avevo l'abitudine
di portare con me in palcoscenico, oltre alla chitarra, anche uno sgabello poggia-piede; così, il presentatore, scherzosamente, annunciava: "Signori, ecco a
voi due voci, una chitarra e ... una sedia!".
In quei tempi, la figura del cantante non godeva
di alcuna considerazione; infatti, ogni volta che un ex collega
d'università mi chiedeva che cosa facessi di bello ed io rispondevo che suonavo e
cantavo, egli insisteva:" Sì, ho capito, ma come lavoro?". E pensare che, allora,
guadagnavo duemila lire al giorno, quando tutti cantavano: "Se potessi avere
mille lire al mese!".
Tra gli amici dell'epoca c'erano Carlo e
Aldo Giuffré,
Giacomo Furia, il regista
Franco Rosi e Paolo
Rosi (che lavorava per la Flotta Lauro).
L' Hotel
Miramare
Subito dopo la guerra, fui invitato a suonare all'Hotel
Miramare di Napoli con Marino Marini;
in quell' occasione conobbi Alberto Rabagliati
e il playboy designer Livio De Simone che spesso continuo a rivedere
insieme a Tanino Minervini. Un giorno, il gestore dell'albergo, per fare
cosa gradita ad alcuni ospiti polacchi, ci chiese di preparare una canzone del
loro paese; per puro caso, Marino Marini aveva un album di canzoni polacche e,
poiché nessuno di noi conosceva la lingua, scegliemmo quella che, ad un primo
ascolto, ci sembrava la più carina. La sera, dopo le prime note, gli ospiti polacchi si
guardarono in faccia indignati e, posati rumorosamente i bicchieri sul tavolo, rossi di collera in volto, abbandonarono la sala seguiti dal gestore che continuava a cadere dalle nuvole: la canzone che avevamo
scelto era la marcia funebre polacca! Ce ne volle per chiarire l'equivoco e per
far capire a quei signori che non avevamo alcuna intenzione di dileggiarli!
Le
Arcate
Fu poi la volta del club "Le
Arcate". C'era sempre tanta gente in quel locale e, una sera, venne
ad ascoltarmi un lontanissimo zio americano di passaggio a Napoli (tutti
hanno, almeno, uno zio d'America!). Era il tipico italo-americano, tarchiato,
con gli occhiali; indossava un'enorme giacca a strisce con una cravatta
variopinta ed un paio di pantaloni a scacchi. Avevo numerose canzoni americane
in repertorio e quando ne attaccavo una, mio zio si alzava in piedi
estasiato e, aggiustatosi gli occhiali per non
inciampare, attraversava di corsa la pista per congratularsi con me, stringendomi calorosamente la mano durante
l'esecuzione del pezzo e gridando: " You belong to America! You belong to
America!!".
Alla terza irruzione la gente cominciò a divertirsi e a ridere a più non posso
(mentre io mi vergognavo come un ladro); poi, tutti iniziarono ad applaudire lo
zio americano che fece persino un piccolo discorso nella sua lingua, lodando
solennemente il mio talento...
La Conchiglia
Finita la stagione estiva, debuttai in un altro locale di Napoli,
La Conchiglia, in cui suonava anche
Bruno Quarantotto, un pianista
simpaticissimo che, quando esagerava con l'alcool, se ne usciva dal
locale deciso a raggiungere l'orizzonte! Al sorriso
esibiva qualche dente d'argento e, scherzando, sosteneva che, invece del dentifricio,
usava il
Sidol! Una sera arrivò al locale più ubriaco del solito stringendo in mano
un telegramma su cui era scritto:" Tutto bene, è maschio!"; noi, allora
(continua....)
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